Lavorare non è un gioco, ma un videogioco

In tempi di crisi, dove qualsiasi settore fatica ad emergere o addirittura a galleggiare, c’è un esempio industriale virtuoso che crea profitto, posti di lavoro e speranze: quello dei videogames.

Un mondo in rapida espansione che già nel 2007 aveva superato quello dell’industria musicale e nel 2011, in Italia, quello del cinema. Un grande impulso è stato dato dalla produzione di videogiochi online e da portali che fanno da volano con dei numeri impressionanti: basti pensare che una realtà come Bigpoint ha totalizzato 100 milioni di registrazioni.

Insomma, chi ha il coraggio ancora di parlare di passatempo futile e per smanettoni? La definizione forse più appropriata in questo periodo è “isola felice”.

I videogiochi sembrano infatti avere delle prospettive talmente rosee che alcuni paesi fanno a gara per accaparrarsi qualche sede distaccata o semplicemente uno studio delle maggiori case produttrici.

Già il Canada è stato terreno fertile in virtù di una “apertura fiscale” per lo sviluppo di videogames: qui, oltre ai colossi, hanno trovato spazio anche piccole società che hanno aperto i battenti e certamente sperimenteranno nuovi giochi per scalare posizioni in un mercato ipercompetitivo ma pieno di possibilità.

Se ne è accorta anche Malta che già ha ospitato molte aziende di sviluppo software per il gambling e che ha fiutato l’opportunità di accogliere calorosamente l’industria che tiene incollati persone di ogni età, con console o pc, davanti ad uno schermo.

Già l’ex colonia britannica con l’industria dei videogames ha creato 500 posti di lavoro, su 450.000 abitanti. Una percentuale sbalorditiva se si pensa che l’Italia, con 60 milioni di abitanti, ha lo stesso numero di occupati nel settore.

Insomma, sarebbe davvero il caso che il nostro Paese, davanti ad una occasione da prendere al volo, aprisse gli occhi e spalancasse le porte.

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